La nostra storia

Un percorso lungo 40 anni

FONDAZIONE FLORIANI

La nostra storia parte dalla ricerca di risposte al bisogno di cura e assistenza dei malati nella fase terminale della malattia, che origina in ambito socio-sanitario e diventa di rilevanza esistenziale. Una piccola storia di idee, valori e iniziative che diventa paradigmatica di una storia molto più grande, quella delle cure palliative italiane e della cultura che le sostiene. La Fondazione Floriani, per prima in Italia, rendendosi conto di un vero e proprio vuoto istituzionale nella cura e nell’assistenza ai malati inguaribili, ha cercato di colmarlo, costruendo un modello che è diventato un punto di riferimento per il Paese e per il Sistema Sanitario stesso.

Un felice esempio di “welfare community” in cui dei tre pilastri di una comunità (pubblico, privato e non profit – il cosiddetto terzo settore) il terzo, con quella velocità e sensibilità propria della società civile, ha fatto con successo la sua parte, integrando e sostenendo il primo. Pur avendo fornito assistenza, in questi anni, ad oltre 72.000 persone, la Fondazione non si è mai sostituita allo Stato, come è nella giusta concezione di “sussidiarietà orizzontale”. Parlare di risposta alla sofferenza dei malati “terminali” negli anni settanta non è stato solo pionieristico, ma anche molto coraggioso. Usare il brutto e discutibile aggettivo “terminali” per i malati nella fase finale della malattia, in un tessuto sociale alla ricerca ossessiva della salute, della bellezza, del mantenimento della giovinezza a tutti i costi, svuotato superficialmente e banalmente da ogni riferimento alla morte, è stato anche un modo per cercare di infrangere un tabù. Questo ha aiutato le persone ad avvicinarsi al pensiero della morte, con minori rimozioni e maggiore consapevolezza, anche dei propri diritti, a partire da quello di essere accompagnate nell’ultimo cammino senza sofferenze inutili.

Ed è con la Fondazione Floriani che la cultura dell’assistenza, del curare anche quando non si può più guarire, quando sembra che non ci sia più niente da fare, ha dato prova che si può ancora fare molto: si può e si deve ancora “prendersi cura”. “Prendersi cura”, il “caring” anglosassone, è l’italianissimo “palliare ove il guarir non ha luogo”, del saggio medico ottocentesco Giuseppe del Chiappa: le moderne cure palliative, quelle che affrontano tutti gli aspetti della sofferenza di un malato, fisici, psicologici, sociali e spirituali, per garantire qualità e dignità alla vita fino all’ultimo istante. Le cure palliative italiane devono molto a Milano, città nella quale sono nate e sono cresciute. La capitale del progresso tecnologico e delle sue contraddizioni, dell’inquinamento e dello stress, della competitività e dell’emarginazione, dell’affollamento e della solitudine, rimane pur sempre esempio di quell’impegno civile di cui i milanesi hanno dato prova anche nel nostro caso. Persone speciali e comuni che in vario modo hanno contribuito alla realizzazione di straordinari servizi di assistenza e al maturare della cultura delle cure palliative. Queste stesse cure, nel prossimo futuro, quando nuove terapie prolungheranno la sopravvivenza contro un numero crescente di malattie, spesso senza considerare i nuovi bisogni dei pazienti, saranno sempre più necessarie. In questo scenario diverrà assolutamente indispensabile un diverso approccio della medicina, che dovrà uscire dalla visione unidirezionale del sempre vincente e recuperare la dimensione del curare insieme a quella del guarire, che dovrà capire e assistere i malati come persone nella loro globalità, accompagnandole a vivere con dignità e senza sofferenza dalla nascita alla morte. Una filosofia difficile, che non accetta il rimosso e che certamente è meno popolare di un atteggiamento proteso a prevenire o a guarire, ma che è vissuta da tutti noi anche come una battaglia di civiltà.

ASSOCIAZIONE AMICI DELLA FONDAZIONE FLORIANI ONLUS

Nel 1986, dopo anni di intenso lavoro scientifico e culturale, la Fondazione Floriani era ormai conosciuta a livello internazionale dagli addetti ai lavori, ma non altrettanto dalla società civile, nemmeno nella città in cui era nata e operava.

Parallelamente, il numero di chi aveva bisogno di essere sollevato dalla sofferenza del cancro inguaribile aumentava e da altri centri ospedalieri giungevano richieste di aiuto per l’organizzazione e la gestione di nuove Unità di Cure Palliative. Occorreva quindi accrescere il personale specializzato, potenziare la ricerca scientifica, organizzare strutture di supporto e poter disporre di maggiori mezzi finanziari. Così un gruppo di amici vicini alla famiglia Floriani decise di contribuire all’importante impegno.

La grande amica Marisa Dossena Dalle Molle racconta: “Venticinque anni orsono un caro amico, Arrigo Pini, insistette affinché io potessi conoscere la Fondazione Floriani e il suo operato. Mi presentò Virgilio Floriani e ne fui subito conquistata. Le sue parole – morte dignitosa, terapia del dolore – mi aprirono il cuore, avendo perso pochi anni prima con grandi sofferenze mio padre.

In seguito fui invitata da Loredana Floriani a un tè nella loro casa di via Durini, insieme ad altri amici e conoscenti. In quella casa si respirava un’aria antica di sani valori, di un grande buon gusto e di tanta familiarità. La spiegazione sulla filosofia del loro lavoro, sui centri di assistenza, sulla situazione della nostra città e sul fabbisogno crescente ci motivò tutti a sostenerli.

Quel 5 febbraio 1986 nacque l’Associazione Amici della Fondazione Floriani. Ci mettemmo subito all’opera e con tanta buona volontà lavorammo insieme per il bene di tutti quegli ammalati che, grazie alla Fondazione, potevano avere una morte dignitosa vicino ai loro cari. Dopo circa venticinque anni di lavoro, con tanti cambiamenti, con persone nuove, con una professionalità che imparammo nel tempo, ringrazio il Signore di aver messo sul mio cammino i Floriani che mi hanno aperto le porte di questa bella esperienza”.

Il nome di questo nuovo organismo è già una dichiarazione di intenti – spiegava con grande partecipazione il carissimo Vito Bompani, socio fondatore dell’Associazione e suo primo presidente – ‘associazione’ come esigenza di mettersi insieme, di unirsi per coniugare le proprie forze, uscendo dall’ambito del personale per aprirsi alle necessità di tanti. ‘Amici’ perché ciò che tiene uniti è quel profondo sentimento di gratuità, di simpatia e di disponibilità che lega tra loro le persone accomunate da uguali intenti umani e sociali. ‘Fondazione Floriani’ perché gli sforzi, il lavoro e i risultati dell’essere insieme, da amici, sfociano nella Fondazione medesima condividendone gli obiettivi, la filosofia e sostenendone i compiti.”

I soci promotori furono: Tono Barone, Nella Bompani, Giorgio Covi, Marisa Dossena, Antonella Floriani, Francesca Crippa Floriani, Loredana Floriani, Virgilio Floriani, Arnaldo Giuliani, Silvana Manzoni, Vito Soavi, Vittorio Ventafridda, Umberto Veronesi, Leopoldo Zambeletti.

Il primo consiglio direttivo, con la presidenza di Vito Bompani, era composto da: Nella Bompani, Marisa Dossena, Bubi Barone, Silvana Manzoni, Loredana Floriani, Wanda Segre, Vittorio Ventafridda, Leopoldo Zambeletti. Già poco tempo dopo la costituzione formale, il primo gruppo di amici e amiche cominciò a riunirsi regolarmente nella sede di vicolo Fiori 2, attorno a un grande tavolo blu che è diventato come un’ideale matrice per idee, iniziative e manifestazioni.

La prima apparizione dell’Associazione nella vita sociale e culturale milanese è stata nel giugno 1986 con la mostra mercato “150 opere d’arte contemporanea al Castello Sforzesco”: gli artisti con un grande gesto di generosità hanno donato pezzi unici, esposti e venduti nella Sala Viscontea del Castello col patrocinio e la collaborazione dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano.

Pochi mesi dopo nella insigne basilica di San Simpliciano si è tenuto il primo concerto d’autunno con i Solisti Italiani. La generosa ospitalità di monsignor Crivelli ha permesso di far seguire a quel primo concerto alcuni bellissimi altri: un quartetto d’eccezione composto da Pietro Borgonovo, Andrea Griminelli, Daniele Erroi e Rino Vernizzi, la Chapel Royale diretta da Philippe Herreweghe. E, con gli stessi intenti di sostegno e solidarietà, non solo musica classica: al Teatro Nazionale nel novembre del 1987 Luca Barbarossa, Fred Bongusto, Giorgio Gaber, Fausto Leali, Fiorella Mannoia e Roberto Zappa hanno cantato per AAFF regalando una bellissima serata “In concerto”. Non solo artisti, ma anche gli indimenticabili atleti delle due milanesissime squadre di calcio, Milan e Inter anni sessanta, che nel maggio del 1988 hanno disputato una partita amichevole all’Arena Civica.

Ancora in quegli anni gli antiquari milanesi, con sensibilità e creatività, hanno permesso di iniziare quello che poi diventerà un appuntamento fisso della città: la mostra mercato di Natale. Contemporaneamente l’amico Vito Soavi, consigliere esperto in comunicazione, ha ideato la prestigiosa iniziativa “Premio Milano Immagine” scegliendo come “segno” un albero, l’albero della vita; per otto anni, sono stati incaricati prestigiosi artisti affinché lo interpretassero in una scultura. L’opera così realizzata ha costituito un premio da assegnare all’istituzione o alla persona che avesse contribuito a migliorare l’immagine della città: il premio “Milano Immagine”. La giuria composta da Carlo De Martino (Presidente dell’Ordine), Gaetano Afeltra (editorialista), Arnaldo Giuliani (Corriere della Sera), Fabio Barbieri (La Repubblica), Gino Morrone (Il Giorno), Bruno Fusoli (La Notte), Mauro Buffa (Avvenire), Beppe Ceretti (L’Unità), Gianfranco Modolo (La Stampa), Ivo Carezzano (Il Messaggero), Enrico Collivignarelli (Il Sole 24Ore), Carlo Brazzi (Ansa), Elio Sparano (Rai), Enrico Bonzio (Telenova), Emilio Carelli (Canale5), ha premiato nel 1985 l’Università Bocconi di Milano, nel 1986 la Veneranda Fabbrica del Duomo, nel 1987 il Teatro alla Scala, nel 1988 la Fiera di Milano, nel 1989 l’Abbazia di Mirasole, nel 1990 la Cassa Risparmio delle Province Lombarde, nel 1991 Gian Marco Moratti per San Patrignano, nel 1992 la Fondazione Pro Juventute di Don Gnocchi.

Gli otto prestigiosi artisti che hanno realizzato le sculture, Giò Pomodoro, Floriano Bodini, Mario Rossello, Sangregorio, Giancarlo Marchese, Francesco Somaini, Kengiro Azuma e Paolo Schiavocampo hanno poi firmato una bellissima trasposizione grafica delle loro opere.

Nel 1993 l’AAFF è divenuta una ONLUS, ma un’associazione è anche un insieme di soci, non è un gioco di parole: i soci sono indispensabili e la questione si fa più importante e ricca di significato quando le persone non sono chiamate ad aggregarsi per profitto, opportunità o agevolazioni, ma sono chiamate solo e semplicemente a dare. Dare un contributo finanziario, dare del tempo, dei suggerimenti, parte della propria professionalità o anche un semplice atto di fiducia e solidarietà.

Farsi conoscere non è stato facile, i primi soci sono stati molti di quelli che hanno avvicinato la Fondazione in tragici momenti della loro vita, quando cioè la Fondazione è entrata nelle loro case. Via via la cerchia si è allargata: nel 1986 i soci erano 334 nel 1987 sono diventati 930, nel 1988 erano 1650 e oggi sono quasi 6000.

Moltissimi amici ci hanno aiutato e ci stanno aiutando in questa battaglia di civiltà.


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