Vittorio Ventafridda

Ricordi e testimonianze

È stato il primo direttore scientifico della Fondazione dal 1978.

“Parlare di Vittorio Ventafridda che ci ha appena lasciati e della sua storia in Fondazione è per me, causa la mia età, abbastanza faticoso, ma nel suo ricordo faccio volentieri questo sforzo.

Trentatré anni fa, quando frequentavo come volontaria l’Istituto dei Tumori di Milano, ho avuto l’occasione di conoscere il Professore, al quale ho chiesto aiuto per sollevare da terribili dolori, dovuti ad un tumore alla prostata, il fratello di mio marito. L’ho invitato a recarsi ad assistere mio cognato che era stato praticamente abbandonato dai medici che non sapevano più come curarlo. Così Bruno, grazie alle cure del Professor Ventafridda, ha potuto concludere dignitosamente la sua vita. Dopo la sua morte, con mio marito Virgilio decidemmo di fare qualcosa di utile per la società proprio nel campo dei malati terminali di cancro. Vittorio ci è sembrato la persona giusta a cui affidare la direzione di una Fondazione sull’argomento. Mi ha guardata con gratitudine e mi ha detto “lei è la mia fatina!”; da lì è iniziato il nostro rapporto di collaborazione e di amicizia che nel tempo si è consolidato. Tutti gli obbiettivi che siamo riusciti a raggiungere in seguito alla creazione della Fondazione sono stati realizzati anche grazie al suo intuito e alla sua preziosa guida.

Purtroppo nel novembre del 2003 Vittorio è stato colpito da un ictus e, per quanto difficile per lui fosse, non ha mai ceduto ed ha continuato fino alla fine il suo impegno di Direttore Scientifico della Fondazione Floriani. Malgrado i considerevoli risultati ottenuti, rileggendo una delle ultime interviste a Vittorio per “Repubblica”, mi rendo conto che pur nella malattia lui continuava a lottare per quanto vedeva ancora da realizzare. Infatti così, presumibilmente nel 2006, dice: “Già nel 1998 la Lombardia aveva approvato il programma di sviluppo della rete delle cure palliative più avanzato in Italia, riconfermandolo nel piano socio sanitario regionale del 2002-2004. Contemporaneamente lo Stato finanziava le Regioni con 208 milioni di euro per la realizzazione degli Hospice, strutture particolari nelle quali dovrebbero essere curati gli oltre 50.000 malati italiani non assistibili a domicilio.

Nel 2001 la conquista più importante: le cure palliative sanitarie fornite ai malati inguaribili, al domicilio o negli Hospice, sono state riconosciute quale Livello Essenziale di Assistenza. Sulla carta tutto a posto. Ma allora, perché la maggior parte dei malati non è ancora adeguatamente curata, altri devono spendere di tasca propria oppure ricorrere alle organizzazioni di volontariato ed alcuni non sanno nemmeno che è un loro diritto accedere a questi servizi? Perché le indicazioni contenute nelle normative regionali non sono ancora state applicate.” Come si vede il suo spirito da combattente non si era ancora esaurito! Ciao Vittorio, ci manchi!”

Loredana Floriani, 2008

“Le cure palliative guardano alla qualità della vita residua, non alla sua soppressione. Noi come medici abbiamo il dovere di capire le cause di questa richiesta e di cercare di risolverle. Il malato che chiede di essere aiutato a porre fine alla propria esistenza, nella maggior parte dei casi, è in preda al dolore, non ha supporto psicologico e spirituale, si sente di peso. Vive un’esperienza umana disperata e insostenibile. Il lavoro di questi anni come medici palliativisti ci ha insegnato che quando si elimina la sofferenza fisica utilizzando in modo appropriato la morfina, si garantisce un’assistenza infermieristica adeguata, si riempe il vuoto di comunicazione che si crea intorno a questi malati (la morte oggi è un tabù), la richiesta eutanasica scompare o si attenua. Per arrivare a questo risultato non basta il medico: non a caso operiamo come unità di cure palliative, équipe dove sono presenti infermieri, assistenti sociali, psicologi. Detto questo, sarebbe ipocrita nascondere che, pur garantendo al malato la miglior assistenza possibile, esistono forme di sofferenza, soprattutto psicologica e morale, che il medico non è in grado di vincere e che espongono il malato alla tentazione dell’eutanasia. Tentazione che, però, non può essere accolta dal medico: le cure palliative come sono contrarie al ritardare la morte con inutili accanimenti terapeutici, così si oppongono agli interventi per accelerarla”.

Vittorio Ventafridda

sfondo Fondazione Floriani